sabato 21 novembre 2009

Coscienza uccisa, tre variazioni sul tema

Seguendo la scia dei sogni che mi hanno segnata nella vita non posso non ricordare le tre variazioni sul tema (seguite a distanza di tempo da una quarta, ma che comunque si differenzia troppo dalle tre precedenti per essere descritta in loco) che ebbi durante l'estate del 2001.

In quel periodo ebbi tre volte lo stesso tipo di sogno, sebbene ogni volta dalla base comune si creassero eventi differenti che portavano però ad una stessa conclusione.

L'inizio era sempre più o meno lo stesso, scoprivo di essere incinta ed ero felice e serena, fisicamente ricordo benissimo la sensazione di benessere che mi accompagnava nel sonno. Questo nonostante la mia gravidanza portasse a scontri in famiglia e con gli amici, che mi dicevano che ero pazza a voler portare alla luce un bambino nelle mie condizioni (avessero saputo che otto anni più tardi la situazione non solo non sarebbe
migliorata, ma anzi peggiorata, forse avrebbero taciuto ;)). Io però ero solo più convinta e felice della mia scelta, quel dono era mio, covavo una vita ed ero tranquilla e sicura di me.

Ma subitamente ecco che il sogno iniziava a prendere una piega agghiacciante, che ricordo come fosse ieri.
La prima volta mi arrivava una lettera da parte del medico che mi informava che c'era stato un disguido e che non ero incinta, il risultato delle mie analisi era stato per sbaglio scambiato con quello di un'altra donna. Nella seconda versione invece subivo un aborto spontaneo e nell'ultima, il top della crudeltà credo, il figlio nasceva ma io ero destinata a non conoscerlo mai perché, svegliandomi dal parto, scoprivo subito che lo avevano rapito.


Questi tre sogni li ricorderò fin che campo, non solo le immagini e la trama ma anche le sensazioni che mi dettero.
Parlandone ad un conoscente ho scoperto che il bambino è il simbolo della nostra coscienza e il fatto che fossi destinata a non incontrarlo mai potrebbe facilmente significare che in realtà non volessi ascoltare il mio io più profondo.
Considerando che in quel periodo mi ero appena lasciata con il classico esempio di ragazzo bello e dannato (alias il gran bastardo) che tutte le donne hanno avuto almeno una volta nella vita, potrebbe benissimo darsi che questa spiegazione sia giusta. Infatti, pur avendolo lasciato, nella realtà continuavo a pensarlo e piangere per lui giustificandone i comportamenti che adesso non accetterei manco da Ewan McGregor
(ok, forse per lui farei un'eccezione)...

grazie al cielo i bambini ci guardano :)

domenica 15 novembre 2009

la grande trasgressione della semplicità

É incredibile come spesso la semplicità venga vista come qualcosa di negativo, di noioso, di banale. Io al contrario sono una ferma sostenitrice di questo stile di vita e credo che non esista nulla di più rivoluzionario di un'esistenza portata avanti con onesta semplicità, senza paura di venir considerati per questo banali e/o privi di interesse.
Di natura son sempre stata poco attratta (eccettuata evidentemente la mia adolescenza, ça va sans dire!) dalle esagerazioni, dalle persone che ricercano stili di vita estremi, forse perché trovo in loro una certa costruzione voluta e ricercata, sinonimo spesso di una fottuta paura ad affrontare la vita per quello che è, che subito mi annoia. Credo che una vita onesta e fresca rappresenti un gesto molto più eroico e difficile da sostenere.
Affermando questo a voce alta mi son resa conto che forse il mio concetto di semplicità esula un poco da quello comune, certamente anche perché spesso non so spiegarmi a voce come vorrei. Così mi son messa a ricercare e ho scoperto un testo molto interessante tratto dal libro "La ricerca della felicità" di Jiddu Krishnamurti che analizza la semplicità in una chiave estremamente vicina al mio personale punto di vista.

Qui l'autore propone il concetto di autoconoscenza come chiave di svolta per iniziare il suo viaggio alla ricerca di una semplicità vera e onesta, in altre parole una semplicità interiore e non puramente esteriore. Procedendo in questo modo secondo lo studioso diventiamo sempre più sensibili e liberi.
Ma Krishnamurti si spinge più in là, affermando che "quando si cerca la sicurezza, si è evidentemente in uno stato di paura e, di conseguenza, non c'è semplicità".
E ancora: "La mente è offuscata dal peso della conoscenza, è offuscata dal passato, dal futuro. Solo una mente che sia capace di adeguarsi al presente in continuazione, attimo per attimo, può essere all'altezza delle potenti influenze e pressioni a cui siamo sottoposti dall'ambiente che ci circonda. (...) Ecco di cosa c'è bisogno: di gente che sia capace di affrontare la confusione, l'agitazione, la conflittualità della realtà esterna in maniera nuova, creativa e semplice - non con teorie né con formule, di sinistra o di destra che siano".


Questa lettura mi ha colpita per il legame che ha voluto porre fra semplicità, sensibilità e libertà, concetti che anche per me devono andare di pari passo. Cos'è infatti uno stile di vita semplice se non una maniera più libera e sensibile di vivere la propria vita amando se stessi e quindi l'universale?! Almeno per quanto mi riguarda, questo è ciò cui io aspiro, senza per questo negare le mie contraddizioni interne, che d'altronde essendo peculiarmente mie sono anch'esse semplici e oneste ;-)

Un altro spunto, che già viveva in me ma ha trovato ulteriore conferma da parte di una personalità geniale, deriva dal libro che sto leggendo attualmente, Rayuela di Julio Cortázar. In questo breve passaggio vi è un po' la summa del mio stesso concetto di libertà e di conseguenza, implicitamente, di semplicità:

"Per il mio inconformista fabbricare un aquilone e farlo volare per la gioia dei bambini presenti non rappresenta un'occupazione minore (bassa rispetto ad alta, poco rispetto a molto, ecc) ma un coincidere con elementi puri, e da ciò una momentanea armonia, una soddisfazione che lo aiuta a sopportare il resto. In ugual modo gli attimi di rapimento, di alienazione felice che lo precipitano in fugaci sfioramenti di ciò che potrebbe essere il suo paradiso, non rappresentano per lui un'esperienza più alta di fabbricare l'aquilone; è come un fine, ma non al di sopra o al di là. E non è neppure un fine inteso temporalmente, un'adesione nella quale culmina un processo di spgliazione che arricchisce; gli può capitare seduto sul WC, e soprattutto gli capita fra le cosce di donne, fra nuvole di fumo e nel bel mezzo di letture abitualmente poco quotate dai colti rotocalchi della domenica".

Inutile dire che esempi di semplicità rivoluzionaria è pieno il mondo, sia artistico che reale, e la mia lista potrebbe continuare ad oltranza se mi mettessi a riflettere. Ovviamente in primis penso allo yoga, ma anche all'anarchia, al matriarcato, all'armonia che trovo nelle linee di Kandinskij...Purtroppo o per fortuna però non posso mettermi a scrivere ad oltranza di tutti gli esempi che mi vengono in mente, sebbene intenda ragionarci sopra molto di più in futuro. Basti qui incidere queste mie prime ma profonde e radicate impressioni, che mi stanno molto stimolando nella mia personale ricerca attuale!

lunedì 2 novembre 2009

Venus in Eco Furs


Come già accaduto per un altro post, questa non è farina del mio sacco ma solo un'informazione su di un progetto/concorso che io trovo veramente interessante e al quale parteciperei molto volentieri se avessi una tecnica fotografica minimamente decente ;-)
Si tratta di Venus in Eco Furs, un progetto di Res Pira sul rapporto tra Femminilità e Natura.

"Venus in Eco-Furs non vuole essere una dedica al mondo femminile ma un indagine su come la donna interpreta il suo rapporto con in pianeta. Non solo “angelo del focolare” che con piccoli gesti può prendersi cura della Terra, ma di essa personificazione stessa, in quanto creatura feconda e dunque “creatrice”.Ogni partecipante dovrà mandare quattro autoscatti, uno per ognuna delle categorie sotto riportate, basati sul parallelismo tra le fasi lunari, le età della donna, il suo ciclo mensile e le stagioni."

Inutile dire che queste tematiche, per dirla alla hripsimé, mi mandano in sollucchero e chi sa, magari tenterò anche di parteciparvi, se la mia memoria e la mia macchina fotografica saranno leste (e soprattutto se la mia pigrizia mi abbandonerà per qualche giorno!)

martedì 27 ottobre 2009

per la prossima estate!

Una mia cara amica mi ha obbligata a postare questa ricetta, seppure oramai tardiva, in quanto i protagonisti sono gli estivi pomodori. Me ne sono cibata con cadenze superiori ad una alla settimana per tutta l'estate, cucinandoli anche per un couch surfer polacco che di norma non può non mangiare carne ad ogni pasto...ma anche lui mi ha chiesto la ricetta, eh eh! Come contorno (lo so, questo sarebbe un contorno per le persone normali, ma io ho una logica tutta mia) io consiglierei ai più intrepidi il grano saraceno, che sta a russi ed europei dell'est come ai cinesi sta il riso e che oltretutto benissimo si sposa col sugo naturalmente rilasciato dall'insalata ;-)

La ricetta non è facile, di più:


orientativamente, per due persone si prendono tre (io però faccio quattro!) peperoni, gialli o arancioni, mai verdi o rossi e li si cuociono al forno per 40 minuti a 190 gradi circa, finché la pelle non abbrustolisce. Dopodiché si passa alla classica tosatura, si pela il peperone e lo si libera dai semini. A quel punto se ne fanno delle strisce sottili e lunghe e le si mette in una ciotola insieme al sugo di cottura. A parte si taglia la mozzarella a strisce sottili simili a quelle del peperone e si prepara un condimento composto da olio extravergine di oliva, senape di dijon (anche due cucchiaini), un pizzico di sale e un cucchiaino scarso di aceto balsamico di prugna o miele, succo di limone (pochino). Si mescola per bene e si irrora il tutto. La mozzarella va messa all'ultimo, poco prima di servire, riscaldando ancora un attimino il piatto nel forno. Ultimo atto prima di assaporare, una manciata di aneto fresco!

sabato 24 ottobre 2009

Schönen Sonntag - Ultima domenica d'estate


Il giorno delle elezioni in Germania, il 27 settembre, è stato anche una giornata climaticamente importante: l'ultima domenica di sole nella capitale tedesca, che per me ha coinciso per fortuna con un'ottima passeggiata "culturale" all'aperto (subito seguita da un' altrettanto ottima seduta yogica ;-)


Con la mia amica C. siamo state a vedere un'esposizione insolita, in pienissimo stile berlinese, allo Skulpturenpark, il parco delle sculture che si trova vicinissimo a casa sua nel famoso quartiere di Kreuzberg. Passeggiando per questa ex terra di nessuno, un tempo semplice terreno che divideva la Berlino ovest da quella est, con un sole che mi faceva rimpiangere di non aver messo una maglietta più leggera, mi chiedevo cosa un italiano potrebbe pensare di un'esposizione del genere...costruzioni sgangherate, cartelloni fotografici letteralmente posizionati a caso fra le piante e pochissime spiegazioni. La tematica è quella della creazione di abitazioni/luoghi sociali, chiodo fisso dei berlinesi, la costruzione di un Eldorado in terra per chi questo Eldorado non se lo può pagare. Non a caso la mostra in questione si chiama Wunderland, il paese delle meraviglie.

Lo scopo di questo parco e delle sue sculture riassume un sentire molto comune della città più sexy e povera d'Europa: le attività degli artisti "will contribute to a constantly shifting interpretation and vision of the undeveloped land. With each project, there is a hope for renewed discussions about the site‘s significance both in history and as a vital place in the present."

Questo manifesto di intendimenti mi fa tornare alla
mente l'ultima pagina di Christiane F., "Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino"...

..."Ma la cosa più fantastica è la nostra cava di calce. Un buco pazzesco in mezzo al paesaggio. Lungo quasi un chilometro, largo trecento metri e profondo cento.
Le pareti sono perpendicolari. Lì sotto è molto caldo. Non c'è vento. Ci crescono le piante che non ho mai visto altrove. E dei ruscelli chiarissimi scorrono in questa valle pazzesca. Dalle pareti scendono cascate. L'acqua colora le pareti di rosso ruggine.
Dappertutto ci sono dei macigni bianchi che sembrano ossa di animali preistorici e forse sono proprio delle ossa di mammuth.

Le enormi scavatrici e i carrelli di trasporto, che di giorno fanno un rumore che nevrotizza, durante il fine settimana sembrano come inadoperati da secoli. La calce li ha resi completamente bianchi già da un sacco di tempo.

Siamo completamente soli in questa valle della follia.
Le pareti
perpendicolari di calce ci separano tutt'intorno dal resto del mondo. Da fuori non arriva nessun rumore. L'unico rumore lo fanno le cascatelle.
Noi ci immaginiamo
di comprarci la cava di calce quando non verrà più sfruttata. E lì sotto ci vogliamo costruire delle case di legno con un enorme giardino pieno di animali e con tutto quello di cui uno ha bisogno per vivere.
L'unica strada che c'è per arrivare alla cava la vogliamo chiudere.
Non avremmo comunque più alcuna voglia di ritornare su."...


mercoledì 7 ottobre 2009

pensieri in gestazione

É tanto tempo che non scrivo, aimé. Ne ho una gran voglia ma questo periodo è pieno di lavori, conoscenze, pensieri, sensazioni, che travasarli in un post mi sarebbe impossibile! Sto leggendo "L'uccello che girava le viti del mondo" e credo sempre più fermamente che ci sia una sorta di cosmo che decide per noi quando è tempo di darsi alla lettura di un certo libro. Al momento questa scrittura semplice, chiara ma al contempo profonda e meditativa fa apposta per me.

É incredibile quanto si possa pensare quando si è privati del tempo! Più lavori
ho, più corro di qua e di là, più il mio piccolo cervello pensa, pensa e pensa. Come ogni settembre, anche questa volta il mese di Bacco è stato stimolante e ispiratore per il nuovo anno che verrà (e che per me è già cominciato, poiché l'anno nuovo nella mia testa comincia sempre in settembre!).

L'autunno, chi mi conosce lo sa bene, è la stagione che preferisco, non la trovo né morente né triste, amo il cielo ancora tiepido, il sole pallido che quando ti tocca ti dona un'energia ancora più forte e meravigliosa proprio perché è qualcosa di particolare, di non scontato. Amo i colori arruginiti, privati della facilmente apprezzabile lucentezza estiva, quei colori che Schiele ha saputo talmente bene tessere sulle sue tele.

Tante sensazioni affiorano, tante domande, poche risposte. Ma va bene così. E mentre gusto la deliziosa zuppa di zucca che mi coccola e riscalda, sorrido a quelle domande per sempre prive di risposte e posto questi miei pensieri danzerini!

giovedì 24 settembre 2009

riflettendo...



Moriamo. Moriamo ricchi di amanti e di tribù, di gusti che abbiamo inghiottito, di corpi che abbiamo penetrato risalendoli come fiumi, di paure in cui ci siamo nascosti, come in questa caverna, umida, stregata, senza memoria. Qualunquismo, indifferenza, mediazioni e ripensamenti. Voglio che tutto ciò resti inciso sul mio corpo. Siamo noi i paesi, non le frontiere tracciate sulle mappe con i nomi di uomini potenti.


Da "Il paziente inglese"